Tre quadri mai dipinti - Paolo Pennisi

Vai ai contenuti

Menu principale:

Tre quadri mai dipinti

Scritti > Scritti suoi
Stranamente
(sonoro)

Per uno stradone bianco di sassi, arsi dal sole azzurro, incendiati di luce e da piogge lunghe e monotone, viene una figura di vecchio. Si allungano le foreste salde, opache di verde incupito da vapori, di sole, senza ombre i colori atoni dei prati, cielo in movimento tra cobalti e nuvole enormi di bianchi accumulati.
Il vecchio viene ed ingrandisce lentamente, il passo mosso quasi per volontà di folletti, che a tempo a tempo, gli alzano una gamba per abbassarla in avanti e poi l'altra e così sempre avanti, un passo scricchiolato e smosso, erba pestata, un suono battuto all'eco della valle tesa in vita di solitudine.Si siede ora e pare attendere qualcosa. Il suo sguardo sorride, chiaro, vestito da una barba sporca di argento in un grigio polveroso, curioso per quei calzoni invecchiati dalla povertà, per quel sacco enorme e pieno, per la sua stanchezza.
Qualche persona sparsa nel tempo gli passa accanto. Il vecchio alza lo sguardo, ma la mano rimane inerte per un atto di miseria che non si rivela. Si disperdono i punti umani nell'orizzonte accecato, uno dietro l'altro. Si impolvera il tempo nei cieli gonfiati da nubi grosse a sfera, dense di calore, corrose ai lembi da luccicanti cerchi di sole, lievi nel trascorrere ad alte quote tra venti senza confini e mete. Il vecchio resta seduto e non sa chiedere carità. Lo attirano i silenzi di aghi di pino sonori al piede che pesta, le frasche cadute e rose dalle piogge che le marciscono a terra, le verticali ascensioni dei tronchi chiari di cortecce squamate dall'inverno perduto da poco, il frusciare secco delle rame, lassù in alto, nel gioco del cielo spezzettato di azzurri e verdi cupi, i tronchi ordinati e ritmati senza fissità, lo sguardo che scorre in cerchio, smarrito, alla ricerca ora di un orizzonte limpido, ora di una improvvisa valletta, poi di una fuga di colli che dondolanti creano l'ansia di andare avanti e vedere e cercare.Il vecchio aveva pensato una volta di chiedere la carità alla foresta ma da lei ha avuto solo i bisbigli di ombre meridiane, i fruscii di misteriosi movimenti, le leggende di antichi gnomi e fate. In un'estasi sorpresa, ha suonato il corno della guerra; ha gridato il guerriero, fuoco hanno urlato le narici del drago, ma nessuna foglia si è tramutata in oro per magico incantamento.Stupito nel suo sorriso senza pensieri il vecchio si scuote. La disperazione è solitudine. La rassegnazione è nel nulla dei suoi pensieri. Ciò che vede è solo luce di cielo, le nubi che lo sfrangiano vuote di peso, grandi, piccole e piccolissime, laggiù su quel prato chiaro, magica suggestione per un ricordo che non diverrà realtà. Una roccia si solidifica nel riverbero di controluce. Le rane gonfiano per la felicità della pioggia vicina.
Calure e silenzi di cose rivelano tutti i piccoli insetti. Anime di libellule, di piccoli scuri ragni, di farfalle senza cervello, godono dei loro sospiri rumorosi di sonno, sconosciuti ai pensieri degli uomini e degli dei. Il vecchio chiede ad un sasso la carità, senza vergogna per la sua debolezza di uomo privo di forze.Il riverbero del sole cade in ombre più corrose di pace e tepore. Un sasso offre la moneta al vecchio.
Tra poco sarà un punto di nero luminoso perduto tra le colline pettinate di cupi abeti arruffati silenziosi perché lontani, fermentati da suoni. Il viottolo sassoso è di nuovo solitario nella luce e si perde nella sua prospettiva.
Il cavaliere io
(sonoro)

Per quell'umido di nebbia che è nel cielo, la fantasia crea la realtà di ciò che è stato: tempi lontani che paiono ieri, deformazioni illuse per un ricordo che sia piacevole.

* * *

Vagolando, i piedi salivano ora e scendevano per il pendio umido di foglie che costruivano la grande collina.
Saliva la collina ad ondate sussultorie di difficili inerpicate e di valloncini erbosi e concavi; saliva verso l'alto il cielo e non aveva discese. Saliva con i suoi piedi di foglie rosse e brune, con i suoi aghi di pino dalle punte molli. Saliva con le tante altre foglie, vive nella terra umida, grassa di colore nero, e si facevano verdi di umori e crescevano alte a mezza gamba per nascondere sotto il loro mondo di bruchi e vermetti, costruzione fantastica per i canali e i sentieri intricati di tante cose lontane dagli uomini. Saliva con i suoi lunghi tronchi, tanti tronchi lunghi vicini tra loro e lontani, che facevano al colle da ascensore: bastava guardarli, io uomo e il mio amico, dal sotto in su, per vederli salire e crescere al cielo che in alto nascondevano, e che in basso scandivano in rettangoli allungati di luce azzurrata.
Saliva il rumore secco e senza squilli dei passi pestati con piacere sulle foglie, si alzava e accompagnava lo sguardo ruvido sui tronchi di croste, si inerpicava per misurare le cime che perdevano le loro altezze, si trasmutava talvolta in un'attenzione per l'ocra del cielo: noi si dimenticava di ascoltarlo cadere nei suoni più lontani e ormai non più udibili, a seguire un nuovo rumore, uno scricchiolio più fresco, un rimbombo piccolo ma diverso e perciò più fatto di curiosità.
Più giù, tra i piedi dei tronchi le larghe foglie verdissime creavano la conca della loro vitalità. Tutti assieme riuniti ai rotondi orli mormoranti, i tetti di quella vita vegetale avevano due spazi, uno il nostro spazio di uomini e di grandi alberi e l'altro, quello di sotto, per le loro radici e per i loro segreti. Eppure sentivo che la misura di quelle piante non voleva l'uomo e non era solo per i bruchi e i vermetti e che cercava un altro tempo di vita.
Tra le foglie è venuto uno gnomo, piccolo e grasso, acuto e cattivo rosso e barbuto da un pizzo di capra curvo per non essere gobbo saltellante per un passo che non fosse l'uomo zoppo. Strideva, io credo, per vivere, perché non respirava né parlava né rideva. Rompeva le vene delle foglie, batteva col bastone umido di crosta nera e viscida l'aria gialla di luce e fiondava il fischio del legno fra le connessure larghe di cielo dei tronchi, sventrava le ombre della vita del sotto nascosto dalle foglie trasmutando l'ombra gocciolante di muffa in piccoli momenti di luce. Seguitando a salire è venuta la pioggia.
Stille di freddo primaverile hanno commosso i tronchi e hanno ricordato loro un antico sogno cavalleresco.
Un cavaliere, Io, vaga tra i boschi eretti chiamando col corno la morte del drago. L'asta, lunghissima, penetra l'aria e sibila il colpo sul vento prima e sul tronco incontrato poi e lo fa gemere di un tonfo pieno di una sua eco acuta.
Toc - Toc - Toc, lungo suono di salita sonora.
Il cavaliere è ora tra le foglie dello gnomo, gli abiti sfarzosi senza colori, vivi adesso per la fantasia di allora.Dalla piccola valle, in basso, umida di aria verde, il battere del legno dell'asta sui tronchi sale, un suono secco e profondo di nostalgia.
Toc - Toc - Toc: un suono gonfio d'umido.Dall'alto io vedo io che pure sono in basso nella valletta il cavaliere e il drago; senza forma se non quella di uomini, piccoli tra gli alberi, precisi e nitidi per l'aria fredda, combattono. Toc - Toc - Toc: echi sonori e rarefatti.
Toc - Toc - Toc. L'albero si distrae e nessuno più ascolta: il drago è morto, fuggito da morto correndo a piccoli balzi; verde e oro piccolissimo tra i tronchi lontani e più fitti e più tenui di colore e sempre più sottili e svaniti e leggeri, tramutati in nebbietta: niente più cielo.

* * *

Piove ancora, e se prima lentamente vagavamo senza pensiero io e il mio amico tra gli strappi del cielo e sul tappeto marcio della terra, ora corriamo curvi tra le foglie alte e gonfie di acqua ruscellante, bassi tra i rami più chinati a terra degli altissimi alberi. La pioggia ricostruisce una sua realtà bagnata: fuggono il cavaliere e il suo drago travestiti da uomini.
Un giorno di agosto... Forse il 25
(sonoro)

Se è stato un sogno lo racconto.Il cranio vuoto ribatte da una parete all'altra idee conosciute, se si ha amato non si vuol credere al dopo, ma devo, il cervello si snoda per i corridoi di una fantasia senza scenari, ma ho veduto io, e la donna corre dietro al suo cammello.
Il vuoto senza immagine, non riflette, nulla, assolutamente nulla, senza specchi senza grida l'occhio capovolge il giorno tradito nella solitudine senza echi.
Non c'è proprio nulla.
Si vede e si fissa: cielo e profondità, opacità verde senza smeraldo, afono; tetti a mattonelle rossigne, a scacchiera irregolare tra tonfi arrotondati di foglie scure, monotone; punti di finestre affacciate sulla laguna fermentata dal vento; barche senza fretta perché lontane, atonie; ed ancora e sempre vedere, strisce colori toni segni forme lettere parole nulla. Insomma nulla. E voler morire invece.Il vento si flette affanno, suda vibra suona aria; ma non c'è fresco. Stacca le ali il gabbiano Paolo prestato di nero agli sfondi lucenti di cieli nuvolosi e compatti, è gabbiano e non mente, ma non vola e stanca e lo si fugge, come lui la terra e le acque. Ricordo la poiana dall'ala battente per la cacciata al topo, il volo verticale al basso fatto di occhio acuto alla preda, al sassofono stridente note guerresche e mortali. Ma non ha preso nulla piumato di rosso per la distanza di un sole morente e arrossato di noia tiepida. Una Marina abbandonata lascia solo un po' di sabbia inumidita di poche bugie cancellate sopra da un sorriso. Il cuculo a stantuffo batte il suo grido nei cieli che tramontano, freschi alitare di tutti gli steli delle erbe dei prati, di corolle di margherite, di sbuffi acuti di grilli a coro, di rane rotonde nel suono robusto. Rane.
Nel pantano una di esse chiama, gli occhi rotondi beffarda senza senso. Si pone in ascolto tese le orecchie forse rotonde e gialliccio e gli occhi roteano ai cieli tra le sbarre delle erbe per averne risposte. Gracidano in mille e mille volano gli occhietti rotondi e bianchicci, ruotando impazziti punti nei cieli tramutati in suoni spezzati e conclusi.
«Cra» eterno e di mille significati: cupi verdi di prati a mille foglie diverse coperte di notti, riflessi di un attimo per una luce che stride l'ultimo bagliore di chiaro, frescure alitate che scorrono rasoterra le cime dei prati agili di erbe, sibili e ronfi evocati dalla brezza nelle tane dei topi; gorgogliare di acque lontane, frane mormoranti chissà dove; un nome da dimenticare, e la si amava tanto, e anche adesso ... fantasie e tormenti solitari. Le stelle si accendono dei suoni gracidi tramutati in balenii di tanti occhietti di rane. Si riposa, e si è stati abbandonati.
Torna ai contenuti | Torna al menu